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sabato 11 aprile 2015

avantgarde


Cari amici ed ascoltatori....Rob Mazurek (Jersey City 1965) è tra le figure chiave della musica contemporanea americana. Protagonista della scena musicale di Chicago, Mazurek è solista di cornetta, tromba, compositore ed artista multimediale. Ha suonato in diversi gruppi come Gastr Del Sol, Tortoise, Isotope 217 e in tutte le formazioni del Chicago Underground. E’ leader della Exploding Star Orchestra, formazione di punta della scena odierna, che spesso ha ospitato musicisti quali Bill Dixon e Roscoe Mitchell. Oggi assagiamo questo avangarde jazz/free americano propostoci insieme alla sua band (una quindicina di elementi...), disco  d'esordio per la Exploding Star orchestra uscito nel 2010 per la Delmark Rec......enjoy, per appasionati QUI..., zero

lunedì 23 marzo 2015

Italia

Cari amici ed ascoltatori....italian jazz e nuove tendenze



«È l’estate fredda, dei morti». Con quest’ultimo verso crepuscolare il nostro Giovanni Pascoli concludeva la poesia “Novembre” (1891), un mese che comincia sotto i migliori auspici, da principio tiepido e bonario come la primavera, poi tetro antipasto dell’inverno caratterizzato da luce esigua e fredde piogge. È proprio l’ossimoro pascoliano a dare il via al nuovo disco del quartetto Junkfood, tre anni dopo l’esordio di “Transience”. Paolo Raineri (tromba e flicorno), Michelangelo Vanni (chitarra elettrica), Simone Calderoni (basso elettrico) e Simone Cavina (batteria) effettano i propri strumenti per dar luogo ad una sintesi avant-jazz dei più disparati elementi stilistici contemporanei: il rock, l’elettronica, il noise e il jazz. Prodotto da Tommaso Colliva, “The cold summer of the dead” si presenta piuttosto eterogeneo dal punto di vista musicale ed offre un’ampia panoramica sulle tendenze più recenti del filone jazz. A proposito della nascita di questo LP, la band parla di fughe, stati di alterazione, labirinti, deliri e rivelazioni inattese, dovute al fatto che hanno registrato il tutto in presa diretta nei soli giorni di Halloween, Ognissanti e dei Morti. Una folgorazione sulla via di Damasco. La natura funebre di quest’opera, che poco spazio sembra lasciare alla leopardiana speranza, sta tutta nell’acidulo divagare dei suoi otto brani, a partire dalla cacofonia imperante della brevissima “In”. Se un free jazz di pregiata fattura pervade l’intero lavoro – tra ritmiche rotonde, mirabolanti aperture e insperati assoli di tromba – un’inclinazione marcatamente math-rock dà invece a quest’opera una struttura lineare e longilinea: ogni brano si alterna perfettamente. L’edificazione razionale di “Days are numbered” e “The maze” viene affaticata dallo splendore tipicamente jazzistico di “On canvas”; il libertinaggio compositivo di “The quiet sparkle” e “As one”viene irregimentato nella successiva “Below the belt”, forse il momento più elettr(on)ico dell’intero disco. Infine “In circles”, un brano che rende benissimo l’idea di circolarità del progetto Junkfood.
The cold summer of the dead” rinsalda il legame tra musica e letteratura, fra l’espressività istintiva del suono e quella introspettiva della poesia. Entrambe sottomesse alle regole compositive e sintattiche, le due anime pure dell’arte umana diventano qui un oggetto misterioso, cupo e a tratti micidiale. Il quartetto Junkfood utilizza strumenti e device in modo saggio e coerente per offrirci un’interpretazione del novembre, quel periodo dell’anno così vicino alla fine da non accorgercene. By F. Mendozzi da "storia della musica.......enjoy........ QUI....zero

giovedì 19 marzo 2015

Double post

Cari amici ed ascoltatori.... Dopo appena un anno dalle deflagrazioni kraut rock, che si fanno free jazz e scarnificano il soul ridandogli nuova linfa, di Exit!, torna l'orchestra delle meraviglie di Mats Gustaffson, Johan Berthling e Andreas Werliin,con questo Enter!
Già dalla copertina -un occhio spalancato- si intravede, quasi come una premonizione, ciò che stiamo per accingerci ad ascoltare: un'analisi spietata, chirurgica, imparziale, oggettiva, da Kinoglaz, sul vernacolo jazz, carnalità soul, tribalismi, impennate free-form, vocalese, il tutto condensato, rimestato e sputato fuori in maniera quasi matematica; oppure il terzo occhio, la parte esoterica del se', dell'ancestrale, del pagano che si lacera le carni per ricongiungersi al divino, quasi come un battesimo del fuoco, in attesa dell'oracolo?
Tutte e due le cose o il loro contrario, se preferite; sì, perché mai come ora il concetto di musica globale, di sintesi tra colto e non colto, tra carnale e spirituale in questa mirabolante orchestra di folli visionari trova il suo approdo, declinando il verbo jazz come solo i grandi maestri sanno fare, risvegliandolo dal torpore, restituendogli quella caratteristica primigenia, che gli era appartenuta da sempre:  il popolare, il folklorico, il bandistico, ricollocandolo in una prospettiva trasversale, multiculturale, di linguaggi, all'apparenza distanti, che si fondono e coesistono in maniera miracolosa.
Ecco a voi allora una suite, che risponde al nome di Enter, suddivisa in quattro movimenti, ovvero otto, forse sedici  (il tentativo di dissezionare la materia musicale a volte è esercizio didascalico, farraginoso, talvolta fallace, ma tant'è) micro schegge impazzite di soul, noise, free-form e jazz in un andamento ferino, felpato del basso, tastiere e batteria, degno della migliore tradizione jazz pregna d'Africa, dalle parti di Max Roach ed Abbey Lincoln ed i loro We Insist! e Straight Ahead, congiunti da innesti noise-free-form in odore di Pere Ubu o Red Kraiola che fungono da ponte tra la seconda e la terza parte, ovvero di nuovo Abbey Lincoln, che sfocia in una coda deflagrante à la Peter Brotzmann. E questo è solo il primo movimento della suite.......a voi l'ascolto dei due album per una comparativa....enjoy..zero
E N T E R !                             













E X I T !

sabato 7 marzo 2015

Jazz from Poland


Di Francesco Buffoli caporedattore  de " Storia della musica" :
Se parliamo di jazz, ho la presunzione di definirmi un appassionato vero. Esperto no, servono un'altra cultura e un'altra preparazione, anche in termini di teoria della musica, ma appassionato sì (spero di essermi meritato il titolo che di solito spetta a chi all'apparenza sa, ma nella sostanza non sa).
Ecco, da un appassionato beccatevi questa: uno fra i dischi jazz più incredibili, e anzi spaziali di tutti i tempi non arriva dagli Stati Uniti. Badate che stiamo parlando di un'opera somma, da catalogarsi dopo pochi ascolti fra le cose in grado di cambiarti la giornata, e anzi la vita intera: quindi, prima di mettevi a ridere, abbiate l'accortezza di dedicarmi due minuti.
Il disco in questione, quello che può rovesciarti l'esistenza, arriva dalla Polonia. E la mente che si nasconde dietro l'ambizioso progetto è un sommo compositore caro anche a Roman Polański, che ha beneficiato dalle sua creatività per diverse colonne sonore: parlo di Krysztof Komeda.
Arrivo al dunque: “Astigmatic” di Krzysztof Komeda, genio delle sette note scomparso prematuramente nel 1969 (a 38 anni non ancora compiuti), è un disco in grado di rovesciarti addosso all'anima un'energia inusitata, degna delle primissime performance di tutta la storia del jazz (siamo delle parti del Mingus e del Coltrane migliori, per intenderci). Di più, “Astigmatic” è un disco che rompe la tua anima in due pezzi, e poi la calpesta finché non restano solo macerie e brandelli sparsi: il classico disco da mettere in loop a tutti coloro che ritengono il jazz una musica tecnicamente interessante, ma poco emozionante (ah ah).
Al di là delle peculiarità formali, su cui avrò dà modo di intrattenermi a breve, il capolavoro del polacco è un'opera straordinaria perché dotata, prima di ogni altra cosa, di un senso del drammatico senza precedenti.
E' uno di quei rari casi in cui ogni nota, ogni fuga, ogni slancio che sfuma in un momento di calma incandescente diventa potente metafora dell'esistenza. “Astigmatic”, per dirla con qualche critico serio, è un disco importante, ma non esigente: anche se non si è particolarmente affini al genere, verrà abbastanza naturale entrare in sintonia con le complesse (ma naturali) sfumature emotive del suo impasto sonoro. Verrà naturale innamorarsi, in sostanza.
La storia di Komeda merita qualche cenno: Kryzstof, in realtà, di cognome fa Trzicinski, ma dato che il regime sovietico non vede di buon occhio le musiche libertine che arrivano da oltreoceano, è costretto a scegliersi un nome d'arte che possa mascherarne l'identità.
Non è il solo: la dittatura polacca mette al bando il jazz, ed è allora curioso notare come la musica che in America serve per rampognare le storture e le costruzioni di un razzismo ancora vivo e vegeto, nell'Europa dell'est sia invece una radicale forma di resistenza culturale opposta a un regime di segno completamente diverso.
Komeda, che suona il piano, si forma nelle jam sessions clandestine della Polonia “indie” e, passo dopo passo, mostrando una velocità prodigiosa anche in termini di pensiero musicale, diventa un gigante della musica.
A metà anni '60 Kryzstof assembla un quintetto eccezionale: al sax alto scova il talento immaginifico di Zbigniew Namysłowski, al tempo venticinquenne o giù di lì; alla tromba un altro fuoriclasse destinato a scrivere pagine memorabili su tutti i fronti, Tomasz Stańko, ancor più giovane e se possibie ancor più talentuoso. Il gruppo è una specie di dream team paneuropeo, in quanto allinea anche il batterista Rune Carlsson e il bassista tedesco Günter Lenz, il “vecchio” della banda, con i suoi ventisette anni.
Komeda è la mente e il regista (un po' il Kazimierz Deyna della situazione, per restare in Polonia, parlando però di calcio), e con la suite che regala il titolo all'album allestisce uno fra i brani più febbrili dell'intera storia del jazz, riultato tanto più impressionante se si pensa all'età verdissima dei protagonisti.
Dopo la melodia sfibrata e dal sapore balcanico della tromba, prende corpo un crescendo "modale" di proporzioni ancestrali: la batteria pulsa nervosa e a tratti rockeggiante; il piano, con le sue prolungate linee di fuga (sempre fedeli agli schemi modali), è irrequieto e si cala nel ruolo di vero e proprio direttore d'orchestra, incaricato di guidare il gruppo anche in termini di coesione emotiva; la tromba, invece, assume il compito di disegnare trame cariche di colori aspri, perse dentro un'angoscia esistenziale cristallina, celeste.
La performance di Stańko è fra le pagine più terribili e poetiche della storia dello strumento: Tomasz cava dall'ottone una vocalità dolce ma dilaniata, a metà strada fra il Miles Davis più inquieto e il Don Cherry più lunatico e turbolento.
A marcare la differenza, qui, è però anche il tono delle melodie, radicato nella tradizione della musica dell'Europa orientale, il che permette di qualificare “Astigmatic” come capostipite dei capolavori che segnano la strada europea alla musica afroamericana. Il sassofono contralto segue con un'intereptazione altrettanto implorante, e forse ancor più contorta, capace quasi di tradurre in chiave lirica mitteleuropea il folle rumorismo di Ayler e di Coltrane. Il finale è da brivido: raccoglie il meglio di tutti i protagonisti in un crescendo parossistico e pulsante.
I sette minuti di “Kattorna” non valgono di meno: il geniale tema introduttivo, esposto dai due fiati all'unisono, si apre rapidamente in un'improvvisazione dal sapore post-bop, in cui il melodismo rimane un distillato di efficacia comunicativa. La musica si apre in campate ariose che consentono alle due voci di allestire un dialogo fitto e commovente, diretto e confessionale sino all'inverosimile: sembra quasi di vedere gli strani meccanismi neuronali dei vari musicisti tradursi in una successione ragionata di note.
I sedici minuti di “Svantetic” meriterebbero una descrizione decisamente approfondita, perché il loro tema in calando, percorso da solenni pause “angolari” (quasi Monkiane) e da frizioni interne sottili, è pathos insostenibile, o se vogliamo un altro pezzo di storia.
Evito però di dilungarmi oltre e mi limito a un sollecito: nobilitate un'oretta della vostra giornata con il genio polacco, se pensate che la musica sia un'esperienza, una questione centrale dell'esistenza.

Riped from youtube unsplitted VBR file   QUI

lunedì 26 gennaio 2009

Mingus


Cari amici ed ascoltatori.....

Blues & Roots, vinile del lontano 1960 un classico oltre qualsiasi catalogazione di tipo stilistico -bebop? Free? Swing? Blues? Funk?... Cosa? - una musica slabbrata, provocante, bestemmiatrice ed erotomane. I colpi precisi di un peso massimo, alla vittoria del titolo. Imprescindibile per la propria sonoteka....enjoy HERE.......zero

martedì 25 marzo 2008

C.Taylor

Dear friends and listeners....
Here's a great jazz album by Cecil Taylor 4tett, one of the innovators of free jazz. Download and Enjoy.....zero

"Jazz Advance" is the CD reissue of Cecil Taylor's very first recording session. Although the album states that it is from September, 1956, all previous discographies state December 10, 1955 was the actual recording date. Even at this early stage, the 26-year old pianist was extremely advanced in his playing. One can hear Taylor's roots in Duke Ellington and Thelonious Monk but his comping and chord voicings were already far ahead of most of his contemporaries. He takes "You'd Be So Nice to Come Home To" solo, has four trio numbers with bassist Buell Neidlinger and drummer Dennis Charles and, on Taylor's "Charge 'Em Blues" and "Song," soprano saxophonist Steve Lacy makes the group a quartet. This is utterly fascinating music that hints strongly at what was to come." - Allmusic 1. "Bemsha Swing" 2. "Charge 'Em Blues" 3. "Azure" 4. "Song" 5. "You'd Be So Nice To Come Home To" 6. "Rick Kick Shaw" 7. "Sweet And Lovely"